“Università bandita”, i dettagli dello scandalo che coinvolge i docenti della Magna Graecia

di Vincenzo Imperitura

di Gabriella Passariello

 

“Pacta sunt servanda”: le parole di Domizio Ulpiano, utilizzate dal professore Stefano De Franciscis e intercettate dagli uomini della Digos, calano come un’ascia sull’ennesimo scandalo universitario esploso a Catania e irradiatosi immediatamente agli atenei di mezza Italia, Catanzaro (suo malgrado) compresa. De Franciscis, docente di prima fascia alla Magna Graecia e presidente della commissione di uno dei concorsi finiti nell’inchiesta “Università bandita”, si trova a colloquio con il rettore dell’ateneo catanese: la riunione informale segue quella ufficiale in cui i due indagati, assieme a (quasi) tutto il resto della commissione concorsuale, ha appena sancito l’oblio sulle ambizioni professionali del ricercatore precario Isidoro Di Carlo, sacrificato sull’altare di un concorso, sostengono gli inquirenti, cucito su Salvo Gruttadauria, candidato “caro” al Magnifico etneo. “I patti devono essere rispettati”: ed è proprio il professore catanzarese a utilizzare il motto latino del giurista romano per certificare lo “stato dell’arte” su come funzionino le cose nell’alma mater catanese. A presidente di quel concorso per «professore di prima fascia presso il dipartimento di chirurgia generale”, De Franciscis ci era finito su diretta chiamata di Francesco Basile. Il rettore lo aveva scelto, assieme al resto della commissione, durante una riunione con Salvo Gruttadauria, lo stesso uomo su cui, in questo paradossale circolo vizioso, quel concorso sarebbe stato confezionato. Un valzer dell’assurdo condito da intercettazioni ambientali surreali, in cui i verbali ufficiali vengono controfirmati  anche dai commissari che in quelle stesse ore sono impiegati in sala operatoria a più di mille chilometri di distanza da Catania: «però se è una brava segretaria – dice ancora il professore di Catanzaro che si rammarica per il tempo perso a causa dell’impossibilità di contattare il membro “fantasma” della commissione – dovrebbe avere tutto pronto, firma compresa”.

Ad essere manipolati, sostengono gli inquirenti catanesi che stanno indagando su 64 tra professori, ricercatori e personale amministrativo dell’ateneo di Catania, non sono solo i posti più ambiti da professore di prima fascia, ma anche i meno prestigiosi posti da «ricercatore a tempo determinato per il settore anestologia» del dipartimento di chirurgia generale del policlinico. Ed è proprio in questo concorso passato al vaglio dagli inquirenti che resta impigliato l’altro docente catanzarese indagato. Quel Paolo Navalesi, ordinario del dipartimento di scienze mediche e chirurgiche dell’università calabrese, che viene proposto (e subito reclutato) come membro della commissione concorsuale disegnata con il placet del rettore Basile, perché «è una persona che è molto vicina a lui che andava a Catanzaro… è una persona che mi stima». E, ipotizzano gli investigatori, serve la “stima” di tutti i membri della commissione per superare l’ostacolo rappresentato da un candidato «che sarebbe più titolato» di quello scelto a tavolino nelle riunioni degli indagati che concordano, scrivono i magistrati nella richiesta di ordinanza cautelare presentata al gip “la composizione di una commissione tanto compiacente da seguire le indicazioni dell’ateneo”. E che l’aria non facesse presagire nulla di buono lo aveva capito anche il secondo candidato a quel posto da ricercatore a termine che pur più titolato e molto temuto dalla commissione stessa, alla fine, rinuncerà a presentarsi all’esame. Una rogna in meno quindi anche se è lo stesso Navalesi che, a colloquio con un altro membro di quella commissione sulla rinuncia appena presentata commenta che “comunque non ci sarebbero stati problemi”. Per entrambi gli indagati “calabresi” dell’inchiesta di Catania, i pubblici ministeri avevano richiesto il divieto di dimora nella città siciliana (esteso anche a Catanzaro nel caso di De Franciscis). Richiesta rigettata dal gip.

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